Esseri umani si diventa, non si nasce. La storia dei bambini selvaggi.

ragazzo selvaggio

<


>
Sono circa 55 i casi registrati nella letteratura e nelle cronache degli ultimi secoli di bambini lupo, bambini orso o bambini scimmia. Bambini che si sono persi o che sono stati abbandonati , e che sono sopravvissuti grazie all’istinto genitoriale di alcuni animali che li hanno sfamati, protetti dal freddo e dai predatori.

Il fatto di averli ritrovati vivi dopo anni, incapaci di parlare e adattati a muoversi velocemente a quattro zampe o ad arrampicarsi sugli alberi, significa riconoscere la possibilità che gli esseri umani, a partire da circa 2 anni di età, possono resistere in un ambiente selvatico nutrendosi di foglie, erba, bacche, radici e piccoli animali. Il problema dei ragazzi selvaggi riportati a una vita normale è che non essendo stati a contatto a sufficienza con l’ambiente umano durante le fasi importanti dello sviluppo cognitivo, e soprattutto non avendo sviluppato un linguaggio verbale, perdono il modo di pensare astratto che è una caratteristica umana che ci viene data dall’ambiente sociale in cui viviamo. In altre parole, i bambini selvaggi ritrovati (soprattutto quelli che hanno vissuto come animali da molto piccoli) non sono mai riusciti, durante gli anni di recupero, a usare le parole se non associate a oggetti reali o ai loro bisogno immediati.

Il caso più eclatante risale al 1798, quando nei boschi francesi dell’Aveyron venne catturato un ragazzino selvaggio di 12 anni. Nudo, spaventato dalla presenza degli esseri umani, Victor (questo il nome che gli avevano dato) mordeva e graffiava,  e se chiuso in una stanza andava avanti e indietro come un animale in gabbia. Venne affidato a Jean Itard, un medico che cercò per 5 anni di insegnargli a parlare e a comportarsi da essere umano, ma i progressi furono sempre limitati. Victor imparò a comunicare con una sorta di pantomime (per esempio, se voleva uscire portava il cappotto e il cappello al suo tutore), ma non riuscì mai a parlare. Riuscì anche a scrivere diverse parole, ma mai imparò a usare i termini in modo astratto, cioè applicando le parole in un discorso in assenza degli oggetti o delle emozioni a cui si riferivano.

Un altro tentativo di recupero fu documentato dallo psicologo Jorge Ramirez: si trattava di un bambino di soli 5 anni trovato nel 1933 in una foresta del Salvador. Nudo, capelli lunghi, postura ricurva e vocalizzazioni da scimmia, fu battezzato con il nome di Tarzancito. Anche lui, come Victor, imparò a ripetere alcune parole senza però capirne il significato, non riuscì mai, quindi, a pensare in modo astratto.

Nel 1920 un missionario di un orfanotrofio di Midnapore, in India, scoprì due bambine in mezzo a un branco di lupi. Un giorno si appostò su un albero per osservare una piccola tana scavata nella roccia e quando vide uscire i lupi, si avvicinò e trovò due bambine che camminavano a quattro zampe. Una aveva circa otto anni, l’altra solo un anno e mezzo. Probabilmente non erano nemmeno sorelle ed erano state abbandonate in momenti diversi. Mangiavano soltanto latte e carne cruda, annusando e lappando, senza mai prendere il cibo con le mani. Amala, la più piccola, morì presto di nefrite, mentre Kamala visse altri otto anni e imparò a pronunciare 50 parole, a comunicare con i gesti, a ridere e a giocare con altri bambini.

Amala e Kamala bambine selvaggeAmala e Kamala bambine selvaggeAmala e Kamala bambine selvagge

I casi più recenti

Tra le storie più recenti ci sono quelle di John Sebunya, ritrovato nel 1991 in Uganda, e di Bello ritrovato nella foresta di Alore, in Nigeria, nel 1996. Sebunya fuggì nella foresta a 4 anni quando vide il padre uccidere sua madre. Sopravvisse grazie a un gruppo di cercopitechi che tentarono anche di difenderlo quando venne ritrovato. Bello, invece, che aveva appena 3 anni quando venne trovato, mostrava i comportamenti degli scimpanzé della zona, facendo pensare di essere stato adottato da loro. Nonostante gli sforzi degli educatori, non ha mai imparato a parlare ed è morto nel 2005.

Nel 1992 venne avvistato un ragazzino di circa 15 anni in mezzo a una mandria di bufali nel Parco Nazionale Marahouè, in Costa d’Avorio. Non parlava e aveva ginocchia callose, segno dell’andatura a carponi. Fu portato all’ospedale di Boufalé ma di lui si persero le tracce quando venne affidato a dei presunti parenti che, per preservare i suoi poteri magici dovuti alla vicinanza con la natura selvaggia e gli spiriti, lo nascosero da tv e giornalisti.

A questi casi si sono poi aggiunti anche quelli di Rochom P’ngieng, una ragazza cambogiana ritrovata nel 2007 dopo aver vissuto alcuni anni nella giungla (si era persa all’età di otto anni) e del cosiddetto “bird-boy”, un bambino di sette anni scoperto nel 2008 nella campagna russa e cresciuto un una casa di due stanze in cui viveva insieme a decine di uccellini in gabbia. Era incapace di parlare: emetteva solo cinguettii.

Tutti questi casi, studiati da medici e specialisti di tutto il mondo, confermano una cosa: che, in un certo senso, esseri umani si diventa, non si nasce.

About Alessandra Gaeta

Giornalista freelance